Archiviato in: Diario di viaggio, Iran | Tag: Hafez, lonely planet, Shiraz, stanchezza, topi, Valak
anno di Allah 1387, 31 Amordad, Shiraz
In anticipo sulla tabellina di marcia, (avremo comunque recuperato tutto con il fantasmagorico ritrado del pulman per Astara) alle 5.30 di mattina siamo arrivati a Shiraz, in uno stato pietoso. Abbiamo cosi’ unito i due nostri ultimi neuroni per trovare un taxi, farci fregare sulla tariffa (parliamo ovviamente di centesimi di euro!) e farci lasciare di fornte ad un hotel di nulla categoria, insieme ad una ventina di topi che banchettavano nel canale dell’immondizia che correva a bordo della via Anvari.
Indubbiamente il momento piu’ basso delle nostre ferie. Attorno a noi non c’era nulla. In centro tutto chiusoi e di bar o caffetterie (in Iran) non se ne parlava proprio. Fortunatamente due altri avventori mattinieri hanno svegliato il portiere che dormiva nella Hall (hall …?!) e siamo entrati per richiedere della nsotra stanza prenotata. Il portiere merita una piccola digressione.
Con il suo pigiama di canotta e pantaloni a zampa e vita bassa, il portiere era un trogoletto basso 1.60 con dei riccioli cotonati (anche di prima mattina) e una faccia simpatica. Parlava benbe inglese e appena ha vito il turbinare inconsulto dei nostri due neuroni, ci ha spedito a fare colazione prima di vedere la stanza. Te ustionante e fritattona con il pane gommoso, ci ha ridato la verve necessaria per affrontare la visone della stanza. Con enorme soropresa ci ha accolto la figlia diseredata di Hitler (si narra che fosse troppo cattiva per la sua famiglia), che con un ghigno inconsulto ci ha dato le chiavi della stanza e proposto il giro turistico del giorno dopo. Abbiamo accettato tutto supinamente e siamo andati a dormire.
Al risveglio siamo andati in centro per la fame incombente e ci siamo persi in duecento metri quadri, e trovare il ristoarante segnato sulla guida (anche la LonelyPlanet ci aveva messo del suo, per dirla tutta). Il ristorante offriva un locale ghiacciato, ma un clima cordiale e musica dal vivo. C’era persino il buffett, ma mancavano meta’ dei piatti in menu’. Con un sorriso di circostanza abbiamo ripeigato sul kebab al pollo.
All’uscita ci siamo imbattuti nella moschea Valak, attigua al bazar, dove a parte uno che dormiva, siamo rimasti soli per almeno un’oretta, a riposarci e chiacchierare (faceva un caldo!) all’ombra. Dopo un altro po’ di giretti, siamo finiti in taxi alla tomba di Hafez (il loro poeta principale idolatrato da tutta la popolazione) dove siamo stati imbragati da due simpatici personaggi che non ci hanno mollato prima di una buona oretta di conversazione, in quasi inglese.
Per cena ci siamo buttai dentro una baracca di ristorante per la nostra dose di pollo ed un avventore anche lui in astinenza, anche se non proprio di pollo, ha cercato di mandarci via dal nostro tavolo, senza particolare fortuna.
notte.
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