Archiviato in: Azerbaijan, Diario di viaggio, Iran | Tag: autobus, birra, Buku, dogana azera, dogana Iran, Nagorno Karabach, negazionista, pozzi petroliferi
anno di Allah 1387, 6 Shahrivar, Astara-Baku
Colazione rapida, con il nostro amico-facilitatore Reza che continuava a parlare a raffica per allenare il suo inglese. Era praticamente impossibile da arrestare ma simpatico e alla fine si e’ dimostrato molto utile.
Il nostro primo onere era cambiare la vagonata di Rial avanzata in Manat, ma ovviamente le banche al confine non cambiavano la loro moneta…
Usato il mercato nero dopo una vincente trattativa di Titta (ne abbiamo avuto conferma a Baku) ci siamo immersi nella folla che stava aspettando l’entrata in Arzebaijan. Il tutto era lasciato alle spinte, alle urla e alle conoscenze..
Con l’aiuto di Reza e di un iraniano che voleva a tutti i costi fare una serie di foto con noi e sua moglie, siamo riusciti a consegnare i nostri passaporti da timbrare. Dopo circa 1 ora di presidio e uno sguardo sorpreso del militare che chiamava i possessori, siamo riusciti a emergere dalla folla con i timbri e qualche litro di sudore in meno.
Passata la frontiera iraniana ci aspettavamo lo stesso trattamento anche per quella azera, ma la sopresa fu forte quando dopo aver detto ad un poliziotto che (come la maggior parte) non stava facendo nulla, di essere italiano si e’ aperta la corsia preferenziale tra la lunga coda di attesa, e siamo saliti su un autobus dismesso modello ‘Mad Max’ che ospitava l’ufficio di frontiera.
Solita battuta sul nome: Francesco…ah Totti !!! good!!! e eravamo gia’ in territorio azero.
Li’ siamo stati presi d’assalto dai soliti tassisti. Oramai il copione era lo stesso: farli sparare la cifra, non accettare e aspettare l’occasione piu conveniente…e’ solo una questione di tempo…Dai 100 iniziali per un taxi fino a Baku siamo arrivati a 60 manat.
Karim ( o come si chiamava) prima di partire doveva ritirare dei dollari per non sappiamo quale affare nella capitale e siamo quindi passati per casa sua. Per noi era un’occasione di vedere una casa azera! L’ospitalita’ fu cordiale e fantastica, in serie abbiamo conosciuto:
- padre patriarca
- fratello
- figlio
- amico del figlio
- moglie
- madre (medico)
- e figlia piu piccola
La casa era spartana e piena di tappeti. Dopo l’immancabile te’ siamo ripartiti.
Il viaggio si e’ sviluppato per cittadine e paesotti che sbucavano dal nulla della pianura. La conversazione verteva principalmente sui numeri (era il suo settore!!) con qualche tentativo mal riuscito di avere piu’ informazioni, inframezzato da dormite brevi nei momenti di silenzio.
Stop per il pranzo, Titta a dieta per presunti problemi si stomaco (poi svaniti) e discussione sulla passata guerra con l’Armenia per il Karabach, ovviamente la ragione era unicamente dalla parte degli azeri.
Ma ci siamo spinti oltre chiedendo informazioni sul genocidio Turco. La risposta a gesti e a mezze parole di Karim, era inequivocabile: genocidio? quale genocidio? non esiste, non e mai avvenuto!!! (guardando con astio la guida della Lonely che indicava il Nagorno Karabach come autonomo)
Dopo pranzo Karim il negazionista, inizio’ a esplorare il suo naso ininterrotamente fino alla capitale che ci apparve dopo circa 5 ore.
Apparvero i primi pozzi di petrolio (leit motiv della zona) e le piattaforme comprese nel pacchetto vacanze fronte mare. Tuttavia l’utilita’ di Karim venne a galla quando ci porto’ nell’albergo centralissimo e relativamente economico, per poi svanire, offrendoSi un pacchetto di sigarette dalla stecca di Checco comprata al confine per ovvia convenienza economica.
Passeggiata lungo il lungomare (Italia anni ‘50) cena europea e brindisi con la tanto sospirata(e) birra(e) che ci ha(nno) reso ebbri in poco tempo. Sul lungomare abbiamo incontrato Kemal, che viaggiando da solo, ci ha proposto di seguirlo nel suo giro del giorno dopo. Non ci abbiamo pensato due volte, visto che parlava l’azero e sembrava un vero e proprio organizzatore di natura.
Notte con il sorriso.
Archiviato in: Diario di viaggio, Iran | Tag: arguille, Astara, baldacchini, spiaggia, terminal Azari'
anno di Allah 1387, 5 Shahrivar, Teheran-Astara
Stanchi del frastuono di Tehran e con tutte le incertezze che Baku ci offriva, siamo partiti presto dall’albergo col taxi direzione terminal Azari’, a ovest della citta’. Sveglia alle 6.30, taxi alle 7.00, arrivo alle 7.30 e autobus in partenza per le 8.00, il prgramma era perfetto. Theran un po’ meno.
Malgrado la nostra diligente organizzazione e le raccomandazioni al concierge, la giornata ha pero’ preso un’altra piega: sveglia alle 6.00, risposta sonnolenta con parolaccia biascicata ; taxi alle 6.30 con ripetizione di parolaccia, questa volta ben scandita; corsa in taxi, perche’ anche alle 7.00 di mattina a Tehran c’e’ un traffico bestiale; arrivo alle 7.30 corsa verso l’autobus e la biglietteria… ma dov’e’ l’autobus? dove dovrebbe parcheggiare? a chi dobbiamo dare il biglietto?
e qui abbiamo iniziato a capire perche’ chiamano la linua ‘farsi’. Ogni plausibile risposta e’ una farsa… Quel mattacchione della biglietteria, solo per venderci il biglietto, ci aveva piazzato un pulman di seconda classe per uno di prima, e vista la nostra fretta ci ha dato un biglietto delle 9.00 spacciandolo per uno delle 8.00. Ogni volta che andavamo in giro a chiedere da dove partisse il nostro autobus ognuno ci diceva un’opinione diversa, d’altronde c’e’ da capire l’errore. La stazione piu’ grande dell’Iran (con circa 20 terminal per le diverse direzioni e un ventina di compagnie ogniuna col suo spazio), a differenza delle altre, non ha un punto informazioni e non ha i numeri dei terminal e dei parcheggi numerati. Un marasma. Si aggiunga che in tutta Tehran non c’e’ una sola agenzia che venda biglietti dell’autobus, e la frittata e’ fatta.
Visto che i nostri insulti in italiano/tedesco/spagnolo/inglese/veneziano e zoldano gli facevano il solletico, ce ne siamo saliti mogi mogi e ci siamo messi a dormire, giocare a carte, leggere e sudare per le nostre 10 ore (promesse 8, ma ovviamnete in farsi) di viaggio. Una piccola pausa di mezz’ora nel peggiore degli autogrill/mensa incrociati per la strada e di nuovo via per campi e vallate. Il paesaggio, man mano che ci avvicinavamo al Caspio, cambiava diventando sempre piu’ verde, tempestato di risaie e di mucche sparpagliate in modo causale per le campagne e sui cigli delle strade.
Arrivati all’altezza di Astara, il pulman si e’ femato per proseguire con qualche turista del posto verso Ardabil. Con l’aiuto di un autoctono, abbiamo beccato la fermata giusta e preso un taxi per l’albergo Belal che avevamo prenotato durante il viaggio. Scaricato bagagli e stanchezza con una bella doccia defaticante, siamo andati a farci un giretto per il centro. Era tutto un contrasto di colori e di negozi di firme, sui quali la citta’ di confine viveva. I costumi cosi’ come il controllo della polizia della morale qui si erano molto affievoliti.
Per strada abbiamo rilasciato i soliti saluti da popstar e qualche foto ricordo che anche li’ volevano per noi, finche’ non siamo stati femati da Reza, uno studente d ingegneria che voelva praticare il suo inglese. Pieno di curiosita’ ci ha portato nell’uffico di un paio di suoi amici che facevano import-export di legname e patate (dalla faccia, avremmo detto anche di altro…) e poi ci ha piazzato su un taxi in direzione la plaj (non chiedetemi come si scrive in farsi!), la spiaggia cittadina, per mangiare e rilassarsi.
Sul posto, oltre alle tendine dei vacanzieri che dormivano in parcheggio, c’era una spiaggia piena di bancarelle, ristoranti improvvisati e fumerie varie. C siamo cosi’ piazzati su alcuni tavolinetti di plastica e ci siamo mangiati il nostro sano kebab al pollo, assieme ad uno al pesce, tipico del Caspio. Poi ci siamo trasferiti su un baldacchino con un bel arguille e ci siamo rilassati ben bene, lasciandoci indietro lo stress di Theran. A parte una rissa di spiaggia appena arrivati (ragazzetti troppo presi da una disputa sentimentale…), il posto era tranquillo e sereno e ti ofrivano pure da dormire dentro i baracchini.
Peccato, ma l’hotel era gia’ pagato e gli zaini erano tutti li’, con i saccopeli. Montati con calma in taxi, ce ne siamo tornati ai nostri letti.
notte
Archiviato in: Diario di viaggio, Iran | Tag: agenzia viaggio, bus terminal, corsa sfrenata, Gardaland, ossigeno, secret party, Theran, traffico
anno di Allah 1387, 4 Sharhivar Tehran
Malgrado l’impatto iniziale con la citta’ non avevamo perso le speranze di poterla visitare, ovviamente dopo avere chiarito i tempi di partenza per l’Arzerbaijan. Ringraziando il fatto che a Tehran le categorie dei negozzi sono divisi per zone, siamo andati in quella dove s trovano la maggior parte delle agenzie turistiche.
Ottimisti! passate in rassegna circa una decina i risultati sono stati:
- chi prenotava aerei non prenotava treni
- gli aerei non erano liberi fino al 4 settembre (per qualcuna il 12)
- chi prenotava aerei non prenotava bus
- il computer non rispondeva
- mancava l’addetta alla prenotazione
- offerti pacchetti onnicomprensivi
Ma la guida ci dava un’ultima speranza l’agenzia di una compagnia di Bus dove prenotare la fuga, senza andare al terminal.
Passando per quello che Dante avrebbe adottato come il canto numero zero dell’ inferno, tra auto, clacson, rischi di essere investiti e semafori messi li’ per bellezza abbiamo raggiunto l’agenzia: era quella giusta si! ma loro non prenotavano nulla!!! Bisognava andare a prenotare al terminal ovest degli autobus.
Stop necessario in un fastfood e siamo ripartiti. Il bacillo della sindrome di Bush stava riemergendo… Con abnegazione abbiamo preso l’autobus per il terminal e tra i lamenti di un Afgano siamo arrivati ad un piazzale di qualche chilometro quadrato per poi raggiungere le biglietterie. Felici di poter partire alle 8.00 del giorno dopo ci siamo rimmessi nel traffico peggiore che abbiamo mai conosciuto. Sara’ stato il caldo, il rumore o l’aria soffocante, chissa’, ma Checco ha iniziato a dare seri segni di non sopportazione.
Tornati in centro ci siamo rituffati in un caffe che era praticamente ermetico al frastuon. Li’ abbiamo concluso che la vera ragione di tanti problemi dell’Iran e’ dovuta alla sua capitale che obnubila le menti dei suoi cittadini. Noi, dopo solo 2 giorni, iniziavamo a dare preoccupanti segni di instabilita’ nervosa, immaginate una mente media che ci vive dalla nascita!!
Ci rimaneva il nord e un parco, giusto per riprendere fiato, ma il fato quel giorno era inclemete: ha iniziato a piovere…. Coriacei e armati di k-way siamo partiti lo stesso in metro fino al capolinea e abbiamo raggiunto Varak Square con un passaggio in savari (furgoncino a circa 10 posti).
Li’ i costumi, a sentir la guida, dovevano essere rilassati, sara’, ma la polizia della morale vigilava e le ragazze un po’ piu libertine, cambiavano strada per evitarla… Qualcuna, poco accorta, era gia’ finita nella camionetta. Il regime era presente anche al nord di Theran.
Passati in internet caffe ci siamo avviati alla ricerca di un taxi per andare a cena, e abbiamo trovato ‘nonciricordiamoilnome’ che appariva serioso e un po’ stressato.
Vista l’eta’ giovane Checco si e’ lanciato nella sua solita conversazione impossibile usando la parola magica ‘Secret Party’ (i party segreti con alcool, donne e chi piu’ ne ha piu’ ne metta che i giovani organizzano furtivamente nel week end iraniano; ricordatevi che venerdi=domenica).
Da quel momento si e’ traformato e tra musica tecno assordante urla e risate senza aver capito nulla e’ partito sfrecciando tra le strade trafficatissime di Tehran con 3-4 ‘ lisci’ impressionanti (2 macchine, un cassonetto e una macchina della Polizia) che alla fine del viaggio di 30 minuti verso il suo migliore ristorante (dopo che il nostro lo avevamo escluso perche’ era lo stesso della sera prima) Checco, seduto davanti, era indeciso se pagare il biglietto per le montagne russe di Gardaland o dargli una criccata… La nostra conclusione fu che aveva sicuramente assunto qualche sostanza non convezionale…
Degno di nota l’invito al secret party del giovedi, ma anche se era l’obiettivo principe della vacanza non valeva 3 giorni di Tehran. Peccato c’eravamo andati vicini!!
Congedato ‘nonciricordiamoilnome’ che voleva anche cenare a sbaffo, con il 60% della sua somma richiesta abbiamo cenato nel fast food elegante da lui scelto (fatale per Titta il kebab…) e siamo ritornati in albergo con il nonno di Heidi che ha compensato il viaggio giostra precedente.
Notte
Archiviato in: Diario di viaggio, Iran | Tag: agenzia mentecatti, Qom, Theran, traffico, volo
anno di Allah 1387, 3 Shahrivar, Yazd-Tehran
La mattina, dopo aver cambiato qualche milione di Rial siamo saliti su un taxi direzione aereoporto di Yazd tra tentativi di Titta di fotografare le famigliae in moto e discussioni ‘nonsense’ di Checco con il tassista.
L’aereoporto era meglio di quello che pensavamo, con dei controlli blandi, una struttra nuova e affianco alle rest room le sale per la preghiera rigorosamente divise tra uomini e donne.
Dopo ripetuti viaggi in autobus prendere un volo tra il jetset iraniano ci ha fatto sentire un po’ meno viaggiatori e un po’ piu’ VIP (sensazione durata solo fino all’arrivo nella capitale).
Sorvolato il deserto a nord dell’Iran siamo atterrati a Tehran anticipata da nugoli di case della periferia.
Appena usciti dagli arrivi siamo stati catturati da un tassista estremamente zelante che dopo una contrattazione a senso unico (il nostro) ci ha portato in centro tra continui: ‘no problem, don’t worry, my friends, I can help you!!!’.
Il napoletano/iraniano al fine pero’ si e’ rivelato utile in quanto gli hotel da noi scelti preventivamente erano tutti pieni. Dopo l’ennesimo tentativo gli abbiamo concesso di portarci nell’albergo che da circa 30 minuti nominava; l’hotel Dorma si presentava come un tentativo kitsch di eleganza e si e’ beccato in 10 minuti da Titta il soprannome ‘voria-ma-no-g’ho-voja’, a causa della totale mancanza di manutenzione dalle luci ai passamano, dai letti al televisore.
Uno dei motivi per cui eravamo a Tehran era la visita alla roccaforte integralista di Qom, zainetto in spalla ci siamo avventurati nel traffico (provare per credere!!) verso l’agenzia consigliata dalla guida.
Che errore!!! Ad accoglierci c’era una piccola banda di mentecatti sulla quale primeggiava una sfinge celebrolesa. Dopo un’ora di discussione, 50 minuti per Checco che ha abbandonato il campo prima (nonostante l’enorme e comprovata esperienza in conversazioni inutili e far(l)so-inglese) Titta si e’ sobbarcato l’onere di sopportarla e concludere che Qom rimaneva inaccessibile esattamente come l’ossigeno del cervello della sfinge.
Dopo aver vagato per la citta’ (Komeini square e altre strade eccessivamente caotiche) siamo passati in un internet caffe, abbiamo cenato e siamo lentamente rientrati all’hotel nonostante la guida non proprio precisa del Titta.
notte
Archiviato in: Diario di viaggio, Iran | Tag: relax, tempio del fuoco, torri del vento, unesco, Yazd, zoroastro
Anno di Allah, 3 Shahrivar, Yazd
La mattinata e’ partita subito bene, con un bel risveglio su letti duri, ma piacevoli, una giornata splendida e ancora fresca dentro le mura del cortiletto, e una colazione abbondante con frutta, marmellata, uova, succhi, datteri e caffe…. caffe…. caffe… ma quando caspita ci porta il nostro caffe?!? Dopo aver atteso i 5 minuti yazduiani (che sono circa una mezzoretta comune), attraverso la moschea principale, decorata con molto gusto a maioliche e con i due minareti piu’ alti dell’Iran (si narra), ci siamo addentrati nel labirinto del centro storico fatto di muri di fango e paglia che nascondevano i cortili e le case. Casualmente (che strano….) siamo arrivati nei pochi luoghi di interesse segnalati: la presunta prigione di Alessandro Magno, la presunta tomba del XII Imam e un alberghetto protetto dall’Unesco, e tanti altri piccoli angoli e locali.
Yazd offre soprattutto una gran pace e tranquillita’, l’entrata nel deserto e una selva di torri del vento (precursori dei condizionatori d’aria) sui tanti tetti del centro storico. E’ mirabile anche la piazza principale col suo palazzo del museo dell’acqua.
Nel pomeriggio, visto che tutto era chiuso fino alle 18.00 (la tranquillita’ non vale solo per i turisti), siamo andati al Tempio del Fuoco, dove la sacra fiamma zoroastraina arde ancora dietro ad una teca di vetro che protegge il fuoco (mantenuto a legna) dai tentativi di fotografarlo.
Dopo le 18.00, un iraniano ci ha dato un passaggio fino in centro, dove siamo andati a fare un po’ di shopping al bazar. Tra sete e ricami, abbiamo speso una fortuna (iraniana) e conosciuto tre romani arrivati in moto dalla Turchia.
Cena tra manipoli sparpagliati di francesi e sonno rilassante. Purtroppo il volo era stato gia’ prenotato da Esfahan per il giorno dopo, altrimenti saremmo rimasti ancora magari per fare un giretto in cammello nel deserto. Il motivo di tanta fretta, erano i tanti dubbi sul viaggio per l’Azerbaigian, di cui non avevamo informazioni abbastanza attendibili.
notte