persiperlapersia


Popstars
Agosto 25, 2008, 3:18 pm
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anno di Allah1387 , 29 Amordad, Esfahan

Sveglia, colazione con vista e una nuova pace con tutte le nazioni del mondo, Iran compreso.
La giornata era, come sempre molto calda, e abbiamo deciso di curare il nostro corpo, come il nostro spirito, con una purificatrice cura dell’acqua (minimo 3 litri di acqua, piu’ n beveroni, frullati di frutta:  Checco banana, Titta melone bianco) e una visita alla madrassa, scuola coranica di pregio artisitico architettonico.
Cosi’ tra un’occhiata e l’altra della gente incuriosita da due turisti, magari un po’ pittoreschi, abbiamo visitato il parco cittadino, bello e rinfrescante, e lo Hasht Behesht Palace, uno splendido palazzo all’interno del parco, che purtroppo stava cadendo in rovina, anche a causa del soffitto e delle colonne in legno inrtarsiato e decorato.
Malgrado i buoni propositi, abbiamo sentito la necessita’ di una nuova dose di Kebab al pollo e cis siamo messi in strada per cercare un ristorante rinomato nel centro. Fra il caldo e la scarsezza di neuroni funzionanti, ci siamo infilati in una bettola del centro, prima che il bacillo della sindrome di Bush prendesse piede nuovamente.
Servizio lento, posto atroce, ma cibo aprrezzabile, almeno perche’ non era il solito Kebab di pollo. Come ormai di abitudine, gli avventori si rivolgevano a noi cercando di scambiare in amicizia due parole (due proprio).
la Conversazione tipo era:
LORO Hello, How are you… (NB senza punto di domanda)
NOI Hello (salam)
LORO whreee fom?
NOI Italy
LORO aaaa Italia, whrreee sity?
NOI Venice
LORO (…..?) Veniiis! Esfahan beautiful?
NOI Yes, very beautiful, Iran people very nice
LORO wheeer Iran?
NOI (Yerevan Jolfa… nella versione piu’ lunga) Tabriz, Esfah….

A questo punto iniziava una sottospecie di scambio culturale a gesti in cui Checco primeggiava, quanto meno per spirito di sacrificio e abnegazione. Si riusciva ad andare avanti anche per mezz’ora, con il massimo del risultato di sapere che eta’ avevano e se avevano figli. N.B. Se avete bisogno di statistiche di natalita’ in Iran potete rivogervi alla sezione speciale del Blog.

Con i sintomi postprandiali di un pranzo luculliano a base di kebab, ce ne siamo andati a zonzo pescando casualmente la Moschea Hakim, classco luogo di culto iraniano. Imponente e mistico. Cercando di seguire la guida, siamo finiti nel bazar dove tra un hello e l’altro ci siamo districati in un enorme  marasma di prodotti. Per trovare la strada ci siamo fidati degli hello: quando diminuivano sotto i 5 al minuto voleva dire che eravamo gia’ passati per quella zona del bazar.

In un turbine di misticismo e seguendo l’arcangelo siamo finiti nel terzo luogo di culto, la moschea Jameh, che in nessuna citta’ iraniana puo’ mancare (sarebbe come il nostro duomo). Forse la piu’ grande che avevamo fino a quel momento visto. Era anche la piu’ varia nei diversi stili architettonici, anche se non era molto ben conservata. Rispediti tra i pagani, a causa dell’imminente preghiera dell’Imam, abbiamo attraversato mezza citta’ a piedi per fermarci al ponte Ali’ Khaju (si narra che sia il piu’ vecchio del mondo), dove abbiamo trovato la voce della verita’ in un ragazzino di 20 anni, particolarmente crticio con il sistema. Abbiamo proseguito per il ponte Chubi e infine siamo arrivati all’hotel.

Doccia e cena in centro a casa di quel simpaticone di Lerch, in vacanza dalla famiglia Adams, cameriere del ristorante Bastani, dove abbiamo mangiato anche particolarmente male. Di notevole c’era comunque il pessimo servizio.

il rientro ha seguito strade casuali, in coerenza con la vacanza.



Sindrome di Bush
Agosto 22, 2008, 7:32 am
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anno di Allah 1387, 28 Amordad, Esfahan

Con mezz’ora di anticipo alle 6.30 siamo arrivati spezzati (ma non piegati) e incrocchiati alla stazione nord di Esfahan, dove ci attendeva un bel Nulla. Bagni cessosi, bar sbavosi e un fracco di gente che dormiva ovunque (ma come caspita fanno!?!!)
Trovato finalmente un bar (N.B. l’unico finora incontrato), abbiamo cercato di ordinare un CAFFE. Capite bene, non un cappuccino con briosche. Non un macchiato caldo solo schiuma. Solo un fottutto caffe’ fatto in qualsiasi modo con qualsiasi cosa.
Il menu’ offriva 20 voci diverse, ma solo un prodotto: il chaki, volgarmente detto te’. Malgrado la nostra provata predisposizione ad accettare qualsiasi cultura, pietanza, posto, persona, letto, padre bastardo… alla risposta che il latte era finito (alle 6.30 di mattina!!)  e’ nata la strana voglia di produrre seduta stante una bomba atomica (I also want a nuclear bomb).
Il bacillo di Bush il distruttore si era impadronito delle nostre menti, obnubilate di te’, piadina umida e collosa e zollette di zucchero granitiche.
Superata la prima crisi della sindrome di Bush, abbiamo contrattato con 25 tassisti – tutti assieme – la tariffa per il centro, spuntandone la meta’ rispetto a quella iniziale. Trovato il pollo (beh, i polli siamo sempre noi turisti…) che ci portava per pochi soldi, siamo stati rapiti dal capo mafia di zona e siamo partiti col suo taxi. In auto, ha cercato di fare il furbo e di mollarci ad una albergo rancido sulla strada per il centro. Dopo la nostra inevitabile incazzatura, spiegata con buoni gesti italiani, ci siamo fatti portare al nostro hotel Mellal, dove abbiamo potuto solo appoggiare gli zaini in attesa delle 13.00 quando ci avrebbero lasciato la stanza.
Via in direzione Jolfa, quartiere armeno dove sapevamo (speravamo) di trovare un caffe’.
Le strade erano deserte e per questo l’impatto con la citta’ e’ stato subito piacevole. Passato il fiume chescorreva di fronteal nostro albergo (meglio sarebbe dire il letto del fiume, visto che l’acqua era scomparsa con l’estate), siamo entrati nel quartiere armeno, dove casualmente tra un caffe chiuso e l’altro, abbiamo trovato la cattedrale di Vank, con il museo sulla storiaarmena, comprensiva anche dell’infamante parte sul genocidio.

Malgrado la stanchezza (in realta’ Checco ha continuamente finto di interessarsi della chiesa NB. al ritorno chiedetegli qualcosa sulla cattedrale!!) siamo riusciti a girarci tutto lo stabile per alla fine addormentarci su una panca del parchetto interno. Alle 10.00 ci siamo rimessi e davanti all’uscita ci siamo scontrati (a parte i soliti locali desiderosi di conversare) in un meraviglioso caffe. Allah Akba, o forse Dio Ke bar. Ci siamo tuffati nell’orgia di caffeina che ci stava aspettando. Cappuccino (titta ha esultato piu della vittoria dei  mondiali del 2006 e forse anche 1982!!!), espresso, e frappe’ al cioccalato. ahhhh!

Con una massiccia dose di caffeina abbiamo aspettato lungo il fiume le 13.00, per la nostra stanza. Abbiamo cosi’ iniziato a godere dei primi momenti di celebrita’ che ti regala l’Iran, ma soprattutto Esfahan, ad essere turisti. Il posto era molto bello, perche’ lungo gli argini c’erano dei giardini molto curati e i ponti sono tra i piu’ belli ed antichi dell’intero oriente.

Tornati in albergo, siamo stati accompagnati in stanza dove un solerte facchino, ha preteso di preparaci il lettino affianco al matrimoniale (ah, e di scegliere il canale della TV, mah). Odorato l’odore dei campi fioriti di Brokeback Mountain, Checco privoormaidi qualsiasi controllo, e’ sceso alla reception a far vedere le palle, spiegandogli con un chiaro inglese “we are not omosexual, we love women!!”. Prima del suo slancio sulla impiegata in chador l’addetto ha presentato le sue scuse e immediatamente e’ tornato il facchino a smonatre il lettuccio (ma il canale TV lo ha cambiato lo stesso!!).

Dopo un sonno maschio e virile, siamo andati in centro all’Imam Square seguendo un corteo di Karatechi che si stavano radunando in centro. Abbiamo scelto in poco tempo di buttarci in una teahouse. Come nei coffee shop l’attrazione principale non e’ il caffe, nelle teahouse non e’ il te’ ma l’arguille. Li’ abbiamo incontrato diverse persone, piu’ o meno interessanti, dopo l’ennesima foto su richiesta siamo usciti per anticipare la definitiva incazzatura del proprietario. Abbiamo comunque avutotempodi vedere un sacco di foto dal telefonino dei vari ragazzetti avventori, che ci facevano capire che la censura ha maglie molto larghe.

Cena la Saddaf hotel, sulla terrazza, in panche molto grandi dove ci si puo’ distendere e mangiare. Un gruppetto di donne, appena entrato, ha provato a sedersi sulla panca affianco, ma sono state tempestivamente dirottate nell’altro angolo del ristorante. Tornando indietro siamo stati fermati da due coppie di anziani che stavano facendo il picnic in piazza, nelle aiuole, per bere un te’ (il sesto?!?) e ciaccolare un po’.

Malgrado la teina, in hotel siamo “svenuti” sul letto. notte