Archiviato in: Azerbaijan, Diario di viaggio | Tag: Amburan, cimitero dei bambini, ristorante indiano, spiaggia, Sumqayit
anno di Allah 1387, 9 Shahrivar, Baku
Dopo una giornata inutile, abbaimo preso tutta la nostra voglia di ferie e ci siamo rimessi in viaggio a vedere le ultime cose che ci interessavano: Sumqayit e le spiaggie del nord.
Sumqayit, dove i russi sono riusciti a distruggere l’ambiente con le industrie chimiche piu’ importanti dell’ex Urss ( e per un posto stra inquinato dal petrolio, era veramente una sfida!!). Arrivati col nostro sano marshrutka in citta’, abbiamo cercato di prendere la coincidenza per il centro ma incasinati come eravamo e privi della nostra guida turca (che parlava lo stesso loro idioma) abbiamo sbagliato direzione. Tra risate e incomprensioni siamo stati accompagnati e guidati dall’autista del marshrutka nella direzione giusta.
In centro, che si riconosce per la statua del presidente padre, visto che il resto e’ sempre uguale in tutti gli angoli di questa benedetta citta’ ci siamo messi alla ricerca del cimitero, dove la guida indicava che avremmo trovate le prove dell’incredibile disastro ecologico. Putroppo, nessuno in citta’ sapeva o capiva di cosa stessimo parlando e pertanto, senza trovare il cimitero, ci siamo rimessi in viaggio dopo aver visitato l’ospedale e incredibili zone abbandonate di questa citta’. Le prove, in fondo, si trovavano dappertutto.
Per andare verso le spiaggie siamo dovuti tornare verso Baku, cambiare vicno alla fermata della metro e prendere un nuovo marshrutka, direzione Amburan beach. Il traffico, causato dagli innumerevoli cantieri che stanno cambiando la faccia della penisola di Abseron e la stessa Baku, il caldo e gli scassati e stra-affollati marshrutka, ci hanno reso il viaggio lungo e infernale.
Arrivati a destinazione, poi, abbaimo avuto la piu’ bella sopresa. La zona, piena di ville circondate da alte e curate mura (gli azeri, prima di tutto costruiscono i recinti grandi e colorati e poi costruiscono dentro e attorno), non offriva altro che un sanatorio e un enorme villaggio… in costruzione. Le tre spiagge libere, lasciavano all’imbarazzo della scelta: la prima abbandonata e piena di detriti, esattamente come tutte le strade della zona; la seconda, l’Amburan Beach Club, che offriva piscina, bar e ricchi premi per soli 15 Manat (12 euro), troppo esclusiva per noi due, soprattutto visto che alle 18.00 non ci saremmo goduto nulla di quei cotillons; la terza, rancida al punto giusto, ci offriva, sedie di plastica, un baraccio e una spiaggia piena di locali.
Ci siamo trascinati al bar, abbiamo ordinato una birra gelata e ci siamo finalmente bagnati nel Caspio.
Tornati indietro ci siamo meritati una cena sontuosa al ristorante indiano, dove grazie ai piatti piccanti Titta si e’ riaperto le vie respiratorie, occluse da un maledetto raffreddore (‘cidenti alla loro aria condizionata!!!).
notte
Archiviato in: Diario di viaggio, Iran | Tag: arguille, Astara, baldacchini, spiaggia, terminal Azari'
anno di Allah 1387, 5 Shahrivar, Teheran-Astara
Stanchi del frastuono di Tehran e con tutte le incertezze che Baku ci offriva, siamo partiti presto dall’albergo col taxi direzione terminal Azari’, a ovest della citta’. Sveglia alle 6.30, taxi alle 7.00, arrivo alle 7.30 e autobus in partenza per le 8.00, il prgramma era perfetto. Theran un po’ meno.
Malgrado la nostra diligente organizzazione e le raccomandazioni al concierge, la giornata ha pero’ preso un’altra piega: sveglia alle 6.00, risposta sonnolenta con parolaccia biascicata ; taxi alle 6.30 con ripetizione di parolaccia, questa volta ben scandita; corsa in taxi, perche’ anche alle 7.00 di mattina a Tehran c’e’ un traffico bestiale; arrivo alle 7.30 corsa verso l’autobus e la biglietteria… ma dov’e’ l’autobus? dove dovrebbe parcheggiare? a chi dobbiamo dare il biglietto?
e qui abbiamo iniziato a capire perche’ chiamano la linua ‘farsi’. Ogni plausibile risposta e’ una farsa… Quel mattacchione della biglietteria, solo per venderci il biglietto, ci aveva piazzato un pulman di seconda classe per uno di prima, e vista la nostra fretta ci ha dato un biglietto delle 9.00 spacciandolo per uno delle 8.00. Ogni volta che andavamo in giro a chiedere da dove partisse il nostro autobus ognuno ci diceva un’opinione diversa, d’altronde c’e’ da capire l’errore. La stazione piu’ grande dell’Iran (con circa 20 terminal per le diverse direzioni e un ventina di compagnie ogniuna col suo spazio), a differenza delle altre, non ha un punto informazioni e non ha i numeri dei terminal e dei parcheggi numerati. Un marasma. Si aggiunga che in tutta Tehran non c’e’ una sola agenzia che venda biglietti dell’autobus, e la frittata e’ fatta.
Visto che i nostri insulti in italiano/tedesco/spagnolo/inglese/veneziano e zoldano gli facevano il solletico, ce ne siamo saliti mogi mogi e ci siamo messi a dormire, giocare a carte, leggere e sudare per le nostre 10 ore (promesse 8, ma ovviamnete in farsi) di viaggio. Una piccola pausa di mezz’ora nel peggiore degli autogrill/mensa incrociati per la strada e di nuovo via per campi e vallate. Il paesaggio, man mano che ci avvicinavamo al Caspio, cambiava diventando sempre piu’ verde, tempestato di risaie e di mucche sparpagliate in modo causale per le campagne e sui cigli delle strade.
Arrivati all’altezza di Astara, il pulman si e’ femato per proseguire con qualche turista del posto verso Ardabil. Con l’aiuto di un autoctono, abbiamo beccato la fermata giusta e preso un taxi per l’albergo Belal che avevamo prenotato durante il viaggio. Scaricato bagagli e stanchezza con una bella doccia defaticante, siamo andati a farci un giretto per il centro. Era tutto un contrasto di colori e di negozi di firme, sui quali la citta’ di confine viveva. I costumi cosi’ come il controllo della polizia della morale qui si erano molto affievoliti.
Per strada abbiamo rilasciato i soliti saluti da popstar e qualche foto ricordo che anche li’ volevano per noi, finche’ non siamo stati femati da Reza, uno studente d ingegneria che voelva praticare il suo inglese. Pieno di curiosita’ ci ha portato nell’uffico di un paio di suoi amici che facevano import-export di legname e patate (dalla faccia, avremmo detto anche di altro…) e poi ci ha piazzato su un taxi in direzione la plaj (non chiedetemi come si scrive in farsi!), la spiaggia cittadina, per mangiare e rilassarsi.
Sul posto, oltre alle tendine dei vacanzieri che dormivano in parcheggio, c’era una spiaggia piena di bancarelle, ristoranti improvvisati e fumerie varie. C siamo cosi’ piazzati su alcuni tavolinetti di plastica e ci siamo mangiati il nostro sano kebab al pollo, assieme ad uno al pesce, tipico del Caspio. Poi ci siamo trasferiti su un baldacchino con un bel arguille e ci siamo rilassati ben bene, lasciandoci indietro lo stress di Theran. A parte una rissa di spiaggia appena arrivati (ragazzetti troppo presi da una disputa sentimentale…), il posto era tranquillo e sereno e ti ofrivano pure da dormire dentro i baracchini.
Peccato, ma l’hotel era gia’ pagato e gli zaini erano tutti li’, con i saccopeli. Montati con calma in taxi, ce ne siamo tornati ai nostri letti.
notte